Clough

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Brian Clough, born to win

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«Brian Clough è peggio della pioggia a Manchester, ma almeno Dio ogni tanto fa smettere di piovere», così Bill Shankly, considerato dalla larga maggioranza dei tifosi del Liverpool il miglior allenatore di tutti i tempi, descriveva Brian Clough quando segnava valanghe di goal nel suo Middlesbrough.

È una frase particolare, questa, che ben si adatta ad una figura discussa come quella di Clough. Un personaggio di spessore, dotato di una parlantina a tratti insopportabile e di un carattere tremendamente volubile, ma in grado di compiere imprese gigantesche sia da calciatore che da allenatore, e di diventare leggenda.



Brian Clough nasce nel 1935 a Middlesbrough, in una famiglia di operai, e si avvicina al calcio in modo quasi naturale, almeno a giudicare dalle sue parole: «Tutto quello che ho fatto, tutto quello che ho raggiunto, tutto ciò che secondo me ha diretto e influenzato la mia vita – a parte il bere – deriva dalla mia infanzia».

In effetti già nel 1951 Clough entra a far parte delle giovanili del Middlesbrough, che milita in seconda divisione inglese, dimostrando di essere un attaccante di grandissima qualità. Nel ‘55 arriva il suo esordio in prima squadra e l’inizio di una lunga storia che vanta un numero di gol solo lievemente inferiore a quello di presenze. Dopo sei stagioni col Middlesbrough, infatti, il computo totale delle reti ammonta a 204, siglate in 222 presenze. Agile, veloce, ottimo in dribbling e finalizzazione, Clough sembra non finire mai di segnare, ed ecco allora spiegate le parole di Shankly.

L’avventura da giocatore di Clough procede con il passaggio al Sunderland nel 1961, il cambio dell’ambiente non sembra nuocere alle sue capacità, e la macchina da gol riparte: la prima stagione mette a segno 34 reti in 43 presenze, e nell’annata successiva sembrerebbe anche in grado di superarsi. Purtroppo però, Clough deve fare i conti, proprio all’apice della sua carriera, con un avversario che non può saltare. Al Boxing Day del 1962, mentre insegue una palla lunga, il capocannoniere del Sunderland impatta con il portiere del Bury, Chris Harker: il ginocchio fa crack, e Clough, autore di 28 gol in 28 presenze, deve dire addio al finale di stagione.

Il Sunderland si posiziona terzo, a pari punti con il Chelsea, ma penalizzato dalla differenza reti, non riuscendo dunque ad aggiudicarsi la promozione. Poco male, i Black Cats si rifaranno l’anno successivo, ma Clough sarà costretto ai box per l’intera stagione. L’annata 1964/1965, in First Division, è anche l’ultima di Clough da calciatore professionista. Sopraggiungono altre complicazioni fisiche che gli permetteranno di giocare tre partite soltanto, e di segnare il suo unico gol nella massima serie inglese. A fine stagione Clough si ritira, a soli 30 anni, perché come diceva Shankly, ogni tanto Dio fa smettere di piovere.



L’allontanamento dal calcio giocato del carismatico attaccante, che potrebbe consegnare una figura del suo calibro all’oblio, è in realtà solo il primo mattone della piramide calcistica che Clough sarà in grado di costruire attorno a sé nella sua nuova vita, quella da allenatore.

L’inizio si chiama Hartlepool, una squadra di quarta divisione piuttosto modesta. Clough chiama a sé Peter Taylor, ex-portiere e suo vecchio compagno di squadra, è la genesi di una delle coppie più iconiche della storia del calcio. Il nativo di Nottingham sarà occhi e orecchie di Clough, rivelandosi un grandissimo osservatore e un ottimo secondo allenatore.

All’Hartlepool le cose vanno molto bene, e il duo riesce in un paio d’anni a portare il team quasi alla promozione. Nell’estate del ‘67, però, arriva una chiamata allettante, si tratta di Sam Longson, presidente del Derby County, squadra di seconda divisione che la stagione precedente si è posizionata diciassettesima.

Taylor e Clough ci riflettono su, ma la cosa non dura molto: Clough diventa allenatore del Derby per la stagione successiva, tentato e convinto dallo scarto di due divisioni colmato con un semplice «yes». L’impegno è tanto, i risultati scarsi: molti dei giocatori non si adattano allo stile di gioco arioso e votato all’attacco di Clough, e la posizione in classifica si abbassa, con tanto di rischio retrocessione.

Quell’annata è però soprattutto ricordata per essere quella che diede inizio all’acerrima rivalità di Clough con il Leeds e con l’allenatore Don Revie. I Peacocks vengono infatti estratti come rivali del Derby County in FA Cup, e Clough è al settimo cielo, non vede l’ora di incontrare la squadra più forte di Inghilterra e di parlare con chi la guida. La sfida è particolarmente violenta e lo stile di gioco dello United piuttosto antisportivo. Dopo un sonoro 2-0, Revie sale vincitore sul pullman della squadra senza accettare l’invito di Clough – tradizione voleva che i due manager si incontrassero a fine gara per parlare di football assieme –, lasciandolo con l’amara delusione della sconfitta e una bruciante ossessione di rivincita. Per appagare la sua voglia di rivalsa, il leader del Derby può fare una cosa soltanto: portare la sua squadra in prima divisione.

Clough decide di ricreare la squadra, e farlo a sua immagine e somiglianza, vendendo un intero blocco di giocatori e lasciando pochi intoccabili attorno a cui costruire il suo gioco, e che lo accompagneranno a lungo: John O’Hare e Kevin Hector, attaccanti, Alan Durban a centrocampo, Ron Webster in difesa e Colin Boulton in porta. Seguono le operazioni in entrata: tra gli altri arriva dal caro vecchio Hartlepool il diciottenne John McGovern, che diventerà tassello fondamentale dello schieramento negli anni a venire, e i solidissimi e giovanissimi Colin Todd e Roy McFarland.

Purtroppo però i primi risultati non sono confortanti, con cinque partite senza vittorie. Nonostante i numerosi acquisti, Taylor sa che il mosaico non è completo, e insiste per portare al Derby Dave Mackay, sebbene quest’ultimo abbia già un accordo con gli Hearts. L’unico modo per avviare una trattativa è convincerlo della bontà del progetto Derby, niente di più facile per due testardi come Clough e Taylor. I due reperiscono in qualche modo l’indirizzo del loro obiettivo e guidano fino a Londra per suonargli il campanello e parlargli di persona. Il giorno dopo, Mackay veste i colori del Derby.

Con l’apporto tattico e tecnico di Mackay la squadra di Clough può volare in alto. Il Derby ingrana con un costruttore di gioco del suo calibro, schierato spesso da libero, inanella una serie di grandissimi risultati, intervallati da una sola sconfitta fino al Boxing Day, e si laurea campione d’inverno. Nel girone di ritorno, il Derby non dà segni di cedimento e colleziona un’altra sola sconfitta. Clough vince la seconda divisione da dominatore assoluto e con un gioco spettacolare.

Alcuni sostengono che senza il mancato incontro con Don Revie, questo non sarebbe mai successo. Forse si sbagliano, ma è evidente che il moto ascensionale di Clough sia dovuto anche ad un sentimento di rivalsa senza precedenti.

«Se Dio avesse voluto che giocassimo tra le nuvole, avrebbe dovuto mettere l’erba lì su», è solito dire ai suoi giocatori. Il suo gioco, con il pallone sempre per terra, è rapido, preciso, incalzante e molto bello da guardare.

Ma non c’è solo il campo, le interviste di Clough costituiscono una parte molto importante del suo personaggio. È un uomo senza filtri, senza freni, senza peli sulla lingua, ma soprattutto ha capito benissimo che i soverchianti mass media sono uno strumento di potere di grandissima utilità per mettere pressione a questo o a quell’altro: presidenti, calciatori o avversari che siano, tutti finiscono sulla sua bocca, e quasi mai in occasione di una lode.



La stagione 1969/1970 è sinonimo di consacrazione: il Derby neopromosso arriva quarto in campionato da sorpresa assoluta, tra lo stupore generale, e Clough è addirittura in grado di prendersi la sua rivincita su Don Revie, battendo il suo Leeds per 3-1.

L’ambizione potrebbe trovar pace, dopo aver condotto una squadra che da anni lottava per non retrocedere in terza divisione quasi in Europa, e dopo aver battuto il Leeds, ma non per Clough. Vuole disperatamente il primato, e ancor di più la rivalsa finale: collocarsi davanti al Leeds in classifica.

Nel ‘71, con una squadra che ormai conosce gioco e allenatore alla perfezione, e che ha assimilato completamente il suo sistema e le sue follie, Clough materializza un miracolo dal nulla, aiutato anche dai numi benevoli. Al termine di una volata di proporzioni epiche, all’ultima giornata il Derby si ritrova dietro Liverpool e Leeds. I Reds vengono battuti proprio nell’ultimo match stagionale, Clough è solo in vetta, ma il Leeds ha una partita in meno. Convinto di essere ormai fuori dai giochi e piuttosto amareggiato per il risultato finale, l’uomo della pioggia si rifugia a Maiorca in vacanza, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità che Revie possa perdere. Mentre si sta rilassando, gli arriva una telefonata da Taylor. Suoni confusi, incomprensibili, ma una frase si sente chiaramente: «Hanno perso, Brian, siamo campioni!». La gioia è incontenibile, ma Clough sente che oltre al Derby, ha vinto la lealtà sportiva e il gioco pulito, e questo lo rende ancora più soddisfatto.

Lo step successivo sono le coppe europee, la Coppa dei Campioni per la precisione. L’avventura sembra andare per il verso giusto, e solo la Juventus si frappone tra il Derby e la finale. Clough affronta una doppia sfida attorno alla quale si scatenerà una bufera di polemiche, alimentate dallo stesso allenatore inglese, che al termine della gara di andata non parlerà con i giornalisti italiani, dicendo di non voler rispondere alle domande di «truffatori bastardi». Sotto esame alcuni atteggiamenti di Helmut Haller, riserva tedesca della Juventus, accusato di aver parlato con l’arbitro, il connazionale Schulenberg. La Juventus verrà assolta da ogni tipo di accusa e riuscirà a battere Clough 3-1 all’andata e garantirsi l’accesso alla finale – poi persa contro l’Ajax del calcio totale – con uno 0-0 al ritorno. L’obiettivo europeo, per Clough, è solo rimandato.

Nelle due stagioni successive il Derby non riesce a replicare i successi degli anni passati, pur ottenendo dei buoni posizionamenti in classifica, e a seguito di diversi attriti con il club e con il presidente Sam Longson, Clough spedisce una lettera di dimissioni minacciando di andarsene se la società non avesse cambiato atteggiamento nei suoi confronti e non avesse fornito un aiuto concreto al club per tornare a vincere. Longson, contro ogni aspettativa – comprese quelle dello stesso Clough –, accetta le dimissioni, esautorando il manager e il suo assistente Peter Taylor.

A Derby scoppia la rivoluzione, i calciatori non ci stanno e i tifosi del County scendono in piazza a protestare, ma ormai il danno è fatto. L’allenatore migliore del momento, quello più in voga, è rimasto senza una squadra da guidare verso la vittoria.



Nessuno si fa avanti per ingaggiare Clough, tranne un club di terza serie, ma dalle solide basi, il Brighton & Hove Albion. Modesta, come ripartenza, ma accettabile. L’ormai ex allenatore del Derby ne approfitta per riposarsi a Maiorca, inconsapevole che proprio nelle Baleari lo attende un incontro che amplificherà ancor di più la sua leggenda.

Infatti, mentre si rilassa in spiaggia con la sua famiglia, Clough viene contattato da un uomo in abiti molto poco vacanzieri, che si rivela essere un elemento del board del tanto odiato Leeds United. In seguito al fallimento della spedizione europea, l’Inghilterra ha deciso di offrire il posto da commissario tecnico a Don Revie, che ha lasciato così vacante il posto da manager del Leeds. Il consiglio di amministrazione dei Whites offre un contratto faraonico al rivale di sempre per allenare la squadra, e Clough accetta, scatenando le ire di Peter Taylor, che non lo seguirà in questa nuova avventura. Difficile, tuttavia, ignorare le sue ragioni: la possibilità di passare dalla diciannovesima posizione in terza divisione ad una piazza prestigiosa con grandi giocatori, oltre che quella di imporre il suo gioco alla squadra che da sempre ne rappresentava l’antitesi, è sicuramente molto accattivante. Di nuovo, l’ambizione sopra la ragione.

Il primo giorno di allenamenti è reso in maniera spettacolare dal film ‘Il Maledetto United‘, che racconta proprio l’avventura del nativo di Middlesbrough in quel di Leeds. Clough vuole annichilire ogni rimasuglio di Revie sia nel gioco sia nell’atteggiamento dei giocatori, a partire dal capitano Bremner, centrocampista tanto bravo quanto scorretto.

«Parliamoci subito chiaro: tutti voi avete una fama internazionale, e avete vinto tutti i trofei nazionali che potevate vincere con Don Revie, ma per quanto mi riguarda la prima cosa che potete fare è prendere tutte le vostre medaglie, tutte le vostre coppe e le vostre targhe e andare a buttarle nel più grosso fottuto cestino che riuscite a trovare, perché non ne avete vinta nemmeno una onestamente, e lo avete fatto sempre giocando sporco, cazzo»

La frase in questione è tratta dal monologo recitato da Michael Sheen – autore di una prova attoriale splendida – proprio nella pellicola precedentemente citata, ma conoscendo il personaggio il vero discorso potrebbe non essere così distante da questo. Una presentazione che di sicuro non può essere l’inizio di un rapporto idilliaco tra lui e i giocatori.

Nessun passo avanti viene fatto nei giorni successivi, né da una parte né dall’altra. Clough non vuole che i giocatori pronuncino il nome di Don Revie, li sottopone ad esercizi nuovi ai quali essi non si applicano, mentre loro continuano a reclamare il loro vecchio manager e i suoi metodi, e ad essere indisciplinati in campo. È un esempio il Charity Shield perso per 1-0 contro il Liverpool, prima partita ufficiale di Clough con il Leeds, in cui Bremner si fa espellere per un pugno indirizzato a Kevin Keegan.

Nel complesso l’avventura di Clough ad Elland Road dura davvero poco, e viene presa come il più classico esempio di squadra che rema contro l’allenatore. Eccezion fatta per i poveri McGovern e O’Hare, gli unici veri fedelissimi che Clough porterà ovunque, nessuno dei campioni del Leeds, da Bremner a Giles, prese il manager in simpatia.

Dopo quarantaquattro giorni esatti e il secondo peggior inizio in campionato della sua storia – una vittoria in sei partite –, il board del Leeds esonera Clough, complice una riunione-lampo con i giocatori. Termina così una storia che, pensandoci a posteriori, non poteva che avere un epilogo infelice. Dopotutto, in questo consiste il conflitto tragico: l’irraggiungibilità di un compromesso, la fissazione su due posizioni, su due filosofie – in questo caso calcistiche – inconciliabili.



Clough quindi se ne va, ma non a mani vuote. Come buonuscita ottiene venticinquemila sterline per lui, tremilacinquecento sterline per il suo vice Gοrdon, tasse pagate dal club per tre anni e una Mercedes, tornando ad essere il nemico numero uno del Leeds fin dai primi secondi dopo l’esonero. In seguito, viene chiamato ad essere ospite insieme a Don Revie da Austin Mitchell, per un dibattito destinato ad entrare nella storia del calcio e delle televisione inglese. Durante il programma, i due allenatori discussero quasi esclusivamente tra di loro, ignorando quasi completamente le domande del povero Mitchell, che definì quella giornata come una delle più difficili della sua intera carriera da presentatore.

Dodici settimane dopo il suo più grande fallimento, il 6 gennaio del ‘75, Clough stringe l’accordo più importante della sua carriera e firma con il Nottingham Forest. All’epoca il club navigava in acque malsicure, al tredicesimo posto in seconda divisione. Clough acquisterà dal tanto odiato Leeds i suoi due pretoriani, O’Hare e McGovern – con quest’ultimo che sarà il capitano della squadra –, mentre troverà un solido appoggio nel centrocampista affermato Ian Bowyer, ex-Manchester City, acquistato dal Nottingham prima dell’arrivo del nuovo manager. Confermerà l’arrivo dalla primavera di Viv Anderson, il primo calciatore nero ad essere convocato nella Nazionale inglese – da Ron Grenwood, subentrato a Don Revie nel ’77 –, mentre manderà in prestito al Lincoln City un giovanissimo Tony Woodcock. Infine, convincerà John Robertson a rimanere al Forest, dopo che il fenomeno scozzese aveva chiesto di essere ceduto.

Alla testa di una squadra con buoni elementi, ma ancora da modellare e con una stagione già compromessa, Clough otterrà la sedicesima posizione in seconda divisione. Dopo l’acquisto, a luglio, di Frank Clark, il Nottingham può finalmente cominciare una stagione intera con il suo nuovo allenatore, e i risultati sono decisamente migliori, tanto da ottenere l’ottava posizione.

A luglio del ‘76 arriva il vero snodo cruciale: Clough si riconcilia con Peter Taylor assumendolo come allenatore in seconda, capo scout e preparatore atletico. Grazie al suo lavoro di motivatore e preparatore, John Robertson riesce a riprendersi da un periodo di profonda depressione e da una forma fisica non proprio al top e Tony Woodcock, al rientro dal prestito, diventerà un attaccante di primo livello da centrocampista che era. Lo stesso Taylor convincerà il suo socio ad acquistare Harry Lloyd, esperto centrale difensivo, e Garry Birtles, attaccante del tutto sconosciuto, bomber del Long Eaton United, militante in Midland League, ancor più sotto della quarta divisione.

Ha inizio così una costante scalata verso l’alto, che ricorda molto quella già concretizzata a Derby, e il primo step è salire in prima divisione, portato a compimento già nella stagione 1976/1977, complice il terzo posto raggiunto in graduatoria. A metà stagione circa, il Nottingham vince anche il suo primo trofeo nell’era Clough-Taylor, la Anglo-Scottish Cup, culminata in un secco 5-1 al Leyton Orient in due partite disputatesi rispettivamente il 13 e il 15 dicembre del ‘76. Un trofeo da molti disprezzato, il cui valore viene però difeso strenuamente dal manager e dal suo secondo: Clough vuole che i suoi uomini si abituino a vincere, e non disdegna riconoscimenti considerati minori dalla massa.



Il ritorno di Brian e Peter in prima divisione è un ritorno di fiamma, e anche se era prevedibile che avrebbero fatto qualcosa di spettacolare, nessuno poteva neanche lontanamente immaginarsi l’exploit che il duo ha in programma. I due acquistano Kenny Burns e dopo cinque partite di campionato, quattro vittorie ed una sconfitta, Taylor dà il suo consenso al processo che porterà a Nottingham Peter Shilton, probabilmente all’epoca il miglior portiere d’Inghilterra, e fa ritrovare a Clough Archie Gemmill, suo vecchio pupillo ai tempi del Derby.

Con un reparto difensivo di solidissima fattura e una fase offensiva di grandissima qualità, Clough vince la prima divisione al primo anno, dando sette punti all’inseguitrice Liverpool – al quale strapperanno anche la Coppa di Lega. La compagine del Nottinghamshire si rivela praticamente invincibile, è l’inizio di una lunga serie di vittori, che si concluderà solo negli anni ‘90. Come amava dire Clough stesso: «Roma non è stata costruita in un giorno, ma io non partecipavo al progetto».

Clough ha bisogno di vincere anche altrove, la sua natura è insaziabile, la sua fame smisurata. Nel frattempo, però, si accentua in lui una brutta dipendenza che portava con sé dall’inizio della sua avventura al Derby: l’alcool. Clough beve per riprendersi e beve per festeggiare, con toni sempre più smodati man mano che il tempo passa. Un vizio che – insieme a fumo e scommesse – non si facevano mancare nemmeno alcuni dei giocatori della squadra.

Nella stagione successiva l’acquisto di punta è l’ennesima follia di Brian Clough: Trevor Francis, attaccante del Birmingham e primo giocatore nella storia per cui viene sforata la cifra di un milione di sterline – ma non raggiunta, venne infatti pagato 999.999 sterline –, che veniva dall’esperienza statunitense e per le regole dell’epoca poteva essere schierato in Coppa dei Campioni solo in una ipotetica finale.



Vinta la Community Shield con un perentorio 5-0 sull’Ipswich, affronta a settembre un difficile sorteggio nei sedicesimi di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, che partecipava in qualità di campione in carica e che viene liquidato contro i pronostici con un epico 2-0 al City Ground e uno 0-0 ad Anfield. Il mese successivo è la volta degli ottavi, in cui la compagine inglese si trova davanti l’AEK di Atene, team combattivo, ma senza dubbio inferiore a livello di uomini e gioco, che deve arrendersi con un aggregate finale di 7-2, frutto di un 1-2 combattuto in Grecia e di un tracollo per 5-1 a Nottingham.

In campionato, tuttavia, gli uomini di Clough perdono l’imbattibilità mantenuta per 42 partite consecutive – record battuto soltanto dall’Arsenal di Arsène Wenger nel 2004 – per mano del Liverpool, e osservano il primato scivolare via. Ma se in patria si prospetta un passaggio di corona, la campagna europea procede a gonfie vele: a marzo è il Grasshopper ad essere annichilito, 4-1 l’andata in Inghilterra, 1-1 il ritorno in Svizzera. Protagonista assoluto John Robertson, capace di inventare e di sfruttare le invenzioni altrui e rimesso totalmente a nuovo dalla gestione Clough-Taylor.

Un calciatore fondamentale, ma che ha sofferto e ha rischiato di perdere tutto. In un primaverile sabato sera del 1979, John Robertson torna a casa a tarda notte, e riceve una telefonata terribile: suo fratello e la moglie sono morti in un incidente d’auto. Il mercoledì successivo si gioca Nottingham-Colonia, semifinale di andata di Coppa dei Campioni. Senza nemmeno rendersi conto di quel che sta facendo, lo scozzese chiama Clough nel cuore della notte per avvisarlo, forse anche per capire cosa debba fare in questo momento di confusione, sa quanto il suo manager tenga a quel trofeo. La voce che gli risponde è sinceramente dispiaciuta, triste e comprensiva: «fai quello che ti senti di fare, figliolo, io ti sono vicino e ti porgo le mie condoglianze». Una risposta nella norma, forse, ma figlia di un rapporto di rispetto reciproco e di disinteresse verso il proprio utile che fa comprendere lo spessore morale e umano dei personaggi in questione.

Robertson assiste al funerale del fratello e della moglie di lunedì, martedì torna a Nottingham, mercoledì è titolare. In una partita da epopea, sotto un diluvio torrenziale, i Reds strappano un pareggio per 3-3 dopo essere stati sotto 2-0 e poi avanti 3-2. Le firme sul risultato le mettono Birtles, Woodcock e proprio Robertson. Gli inglesi partiranno svantaggiati al ritorno, ma dopo una partita bellissima e una meravigliosa prestazione di Shilton, Bowyer espugna la resistenza teutonica con un tocco sottomisura sugli sviluppi di un calcio d’angolo, permettendo al Nottingham di staccare il pass per la finale.

All’Olympiastadion di Berlino gli avversari sono gli svedesi del Malmö, guidati dal coach inglese Bob Houghton. La partita, tattica e poco avvincente, la decide proprio mister 999.999 sterline al suo debutto nella competizione, grazie ad una bella incornata su un bel cross di Robertson. Due anni dopo il trionfo in seconda divisione, Brian Clough e il suo Nottingham sono sul tetto d’Europa. Diceva il buon Brian: «Non direi di essere il miglior allenatore del mondo, ma sono sicuramente nella top one», e aveva ragione, anche se ne parlava in tempi non sospetti. Il Nottingham era, ancora più del Derby, la sua creatura perfetta, e non finisce qui, perché un altro grande trionfo è sulla soglia.

Fonte immagine: Bob Thomas, Getty Images

Dopo aver vinto anche la Coppa di Lega e aver ottenuto la seconda posizione in campionato, il Forest comincia una nuova avventura europea a settembre 1979, stavolta da campioni in carica. Scavalcati i non insidiosissimi svedesi dell’Ölster ai sedicesimi a settembre, e liquidati i rumeni dell’Argeș Pitești con una doppia vittoria tra ottobre e novembre, il primo vero ostacolo è rappresentato dalla Dynamo Berlino. Intanto, tra gennaio e febbraio, il Nottingham porta a casa la Supercoppa Europea battendo il Barcellona in casa per 1-0 e pareggiando al Camp Nou per 1-1.

A marzo, la prima sfida con i tedeschi si risolve con una sconfitta casalinga per 1-0, ribaltata da un 3-1 esterno quattordici giorni dopo. In semifinale invece il successo casalingo per 2-0 sull’Ajax sembra mettere tutto in discesa, ma ad Amsterdam il gol di Lerby farà passare un finale di partita per nulla tranquillo ai tifosi inglesi, comunque risoltosi con un nulla di fatto. Il Nottingham affronta così la seconda finale di Coppa dei Campioni consecutiva, stavolta contro l’Amburgo. Clough schiera i suoi uomini migliori, e sarà proprio il migliore a mettere la firma sul match: John Robertson. Il Nottingham Forest è Campione d’Europa per il secondo anno consecutivo, è di nuovo grande festa.



Si chiude così il periodo di grandi trionfi del Forest. Tra il 1981 e il 1982 la squadra verrà scomposta e i ricambi non riusciranno ad essere all’altezza, una mossa che sia Clough sia Taylor rimpiangeranno. Taylor lascerà poco dopo il suo ruolo, seguito dal suo collega Jimmy Gordon, mentre Clough otterrà altri successi minori, vincendo con il Nottingham altre due Coppe di Lega e due Full Members Cup, concludendo la sua avventura manageriale nel 1993, dopo la retrocessione in seconda divisione. Ebbe modo di allenare, nel Nottingham, anche suo figlio Nigel, che di mestiere faceva l’attaccante e che segnerà peraltro l’ultimo gol dell’era da allenatore del padre.

Gli ultimi anni di vita Clough sono caratterizzati soprattutto dalla sua lotta all’alcool. Il 13 gennaio 2003, in condizioni critiche, viene sottoposto ad un trapianto di fegato di dieci ore, sopravvivendo miracolosamente. In seguito all’intervento e ai freni posti al suo smodato vizio, sembra essere più felice, più attivo e meno umorale del solito, ma il destino era stato solo rimandato, e muore circa un anno e mezzo dopo per un tumore al fegato, il 20 settembre 2004, pochi mesi dopo aver visto l’Arsenal battere il suo record di imbattibilità e aver dichiarato che «Wenger merita più di tutti questo record, è il mio idolo, lo adoro».

Al suo funerale i tifosi di County e Forest, squadre storicamente rivali, seguono insieme il suo corteo funebre lamentando ad una sola voce la sua scomparsa. In suo onore, nel 2005, il tratto della A52 che collega Nottingham e Derby venne rinominato Brian Clough Way. Nei cinque anni successivi vennero erette delle statue in suo onore a Middlesbrough, a Nottingham e a Derby.

Tutti riconoscimenti che fanno comprendere alla perfezione il segno profondo che un personaggio come Brian Clough ha lasciato nella cultura calcistica moderna. Una figura capace di affascinare, di allenare bene, di segnare valanghe di gol, di non perdere mai, nemmeno sotto accusa, quello spirito irriverente e quella lingua tagliente che l’hanno contraddistinto. Un ambizioso, antipatico, geniale e innovativo manager. Un motivatore dal valore indiscutibile. Uno nato per vincere, con il proposito di entrare in fretta nella leggenda. Obiettivo raggiunto, Brian: sei nella top one.

Leggi anche: John McGovern, la storia umana dietro la leggenda di Brian Clough



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