Džeko

Edin Džeko, una storia di rivincita

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Edin Džeko è inspiegabilmente da sempre un giocatore che divide, a noi risulta molto complicato non definirlo un fuoriclasse, perché trovare un giocatore che riesca ad abbinare qualità fisiche, tecniche, temperamentali e tattiche come lo fa lui è davvero complicato.


Un’infanzia in guerra, con il calcio nel cuore

Edin Džeko ha sempre voluto far parlare i fatti, perché di parole prive di significato ne ha sentite sin troppe, nella sua lontana, ma in fondo vicina, Bosnia: quando era nato, il 17 marzo del 1986, il suo Paese stava cercando di rialzarsi da un decennio durissimo, in cui nessun presidente era riuscito ad imporsi per più di un anno, decretando un’incredibile instabilità. Nel 1984, tuttavia, le Olimpiadi invernali diedero nuova visibilità allo stato balcanico. Visibilità che sarebbe durata molto poco: nel 1992, quando Edin aveva appena 5 anni, Sarajevo, la sua città, venne assediata. Un assedio che sarebbe durato altri 4 interminabili anni e che avrebbe costretto Edin a giocare a calcio solo poche volte, perché spesso c’era il pericolo che il suo campetto venisse bombardato, o che un proiettile vagante lo colpisse. Ma il padre, che ogni giorno era al fronte, non gli ha mai impedito di giocare, soprattutto perché lui stesso era stato un calciatore e sapeva alla perfezione cosa voleva dire amare il calcio. E Džeko lo amava più di ogni altra cosa. D’altra parte, però, l’istinto materno della madre Belma faceva l’opposto, provava in tutti i modi a convincere il figlio a rimanere in casa, questo avvenne in particolar modo in una giornata del 1993, Edin per una volta obbedì, e solo qualche istante più tardi, tre granate si abbatterono sul campetto dove era solito giocare.

A guerra finita, la Bosnia era devastata: più di 100.000 persone erano morte in questo conflitto, che sarebbe stato solo uno dei tanti che avrebbero colpito l’area della ex-Jugoslavia, che in quel periodo si stava disgregando. Džeko aveva 10 anni e ormai non riconosceva più la sua terra: la normalità erano i rumori assordanti delle bombe e degli spari, e non il silenzio di una città fantasma. Le uniche parole che risuonavano erano quelle dei politici, di quegli stessi politici che non avevano fatto nulla per lui e per la sua famiglia durante il conflitto. Parole che Džeko dovette ascoltare, ma a cui non credeva. Parole vuote, che lui non avrebbe mai pronunciato, perché ciò che aveva visto durante la guerra si spiegava da solo. Per questo oggi, durante le interviste, emerge tutta la timidezza del bosniaco, che porta ancora dentro di sé le stesse paure della sua infanzia: quando un giornalista gli chiede se effettivamente la sua squadra ha “assediato” la porta avversaria, lui istintivamente si tira indietro. La sua espressione perennemente fredda viene stravolta da una smorfia di repulsione, quasi di paura. E il bosniaco si chiude, si ritrae, come per proteggersi da uno sparo.


Lo Željezničar, la sua prima squadra

Edin ha 10 anni e la sua città è devastata, ma suo padre crede in lui e nel suo talento, e gli fa fare subito un provino con lo Željezničar, la principale squadre di Sarajevo, che lo prende subito. Il ragazzino è bravo, segna molti gol, ma non sembra totalmente a suo agio sul campo da calcio, soprattutto nel ruolo che gli era stato imposto, il trequartista. Per questo, appena si mostra la possibilità di venderlo, il club non esita un attimo: bastano 30.000 euro dal Teplice per convincerli a farlo partire, perché nessuno crede nel suo talento e tutti quei soldi sembrano regalati per un ragazzino bravo, ma caratterialmente molto fragile e con dei grandi limiti tecnici.

C’erano solo due persone che credevano in lui: suo padre e Jiří Plíšek, suo grande ammiratore, che lo porta con sé in Repubblica Ceca. Sebbene inizialmente le loro strade sembrano dividersi, perché Plíšek viene ingaggiato dall’Usti Nad Labem, così non è: l’allenatore ceco lo richiede in prestito e il Teplice non ci pensa su due volte, perché quel ragazzino “un po’ goffo” non è ancora pronto per giocare nella prima divisone.

Džeko non ci mette molto a capire quali sono i suoi limiti, ma invece di abbattersi, comincia a lavorare per limarli, e soprattutto per far emergere il suo incredibile talento. Allo stesso tempo, Plíšek capisce che Edin non può giocare da trequartista e lo sposta in avanti: l’attaccante bosniaco comincia a segnare a raffica, si inventa giocate spettacolari e convince il Teplice a riportarlo a casa già gennaio, dopo 6 gol in 15 partite. In prima divisione segna 3 gol in 6 mesi, mentre la stagione successiva è quella della sua definitiva consacrazione: 13 gol in 30 partite, ma Džeko non sa solo segnare, fa anche segnare. È un centravanti che, nonostante la giovane età, dimostra già una grande maturità nelle scelte, ed è sempre pronto a sacrificarsi per la squadra. Il ragazzino “goffo” è scomparso, o meglio, si è evoluto in un attaccante letale ed altruista, una combinazione assolutamente nuova nel calcio bosniaco, che vede nascere una nuova stella. Lo Željezničar, intanto, si morde le mani per il talento che si è fatto scappare.


Tutti lo ammirano,  ma solo il Wolfsburg ci crede

Tutti ammirano Džeko, nessuno lo vuole prendere. Strano per un calciatore di così grande talento, ma ciò che più risalta è il suo fisico, un po’ sproporzionato. Ognuno parla di lui come di un centravanti vecchio stampo, la classica boa offensiva che deve solo far salire la squadra e segnare, ma Džeko è molto di più. Centonovantatré centimetri di pure tecnica. È un attaccante capace di scattare, dribblare e gestire il pallone come pochi giocatori al mondo. In altre parole, un attaccante slavo nel corpo di un difensore slavo. Intanto, il 2 giugno del 2007, esordisce con la sua amata Bosnia e segna subito, nel 3-2 contro la Turchia: un gol molto bello, arrivato dopo un lancio lungo, lui stoppa il pallone con il petto, lo lascia rimbalzare e con un destro di controbalzo trafigge sul primo palo il portiere turco.

Solo il Wolfsburg però sembra crederci veramente, e non si fa problemi ad investire 4 milioni di euro per assicurarsi il suo cartellino. Nella stessa sessione di mercato arriva Grafite, attaccante brasiliano e perfetto sconosciuto in Germania, come Džeko. I due però si trovano sin da subito bene, e compongono una coppia molto interessante. Il bosniaco è colui che crea gli spazi giusti per gli inserimenti del brasiliano, che invece è un attaccante più mobile. Nella prima stagione questa sintonia si vede ma solo ad intermittenza, e in due segnano 19 gol – 8 di Džeko.

La seconda stagione al Wolfsburg, la 2008/2009, invece, è di tutt’altro tenore: alla fine del girone d’andata la squadra è nona e tutto lascia presagire un girone di ritorno mediocre, ma qualcosa si sblocca nei meccanismi della compagine della Bassa Sassonia. La vittoria alla 19esima giornata è solo la prima di 10 vittorie consecutive, fra cui si ricorda lo spettacolare 5-1 contro il Bayern Monaco. Vittorie che portano per la prima volta il Meisterschale a Wolfsburg, città che non ha mai avuto una grande tradizione calcistica.

Džeko

I protagonisti di questa meravigliosa favola? Ovviamente Grafite e Džeko. Il primo segna 28 gol, il secondo 26. Tanti, ma tanto, tantissimo è il suo contributo all’intera squadra, senza di lui l’attacco non gira, perché non c’è nessuna a dettare i ritmi e ad orchestrare la manovra, per questo motivo viene eletto miglior giocatore della Bundesliga ed è tra i 30 candidati per il Pallone d’Oro.

Tutti i top club d’Europa sembrano svegliarsi all’improvviso, ammagliati da quel centravanti slavo che ha così poco di slavo, apparentemente. Ma Džeko è completamente slavo, o meglio, bosniaco: due anni prima aveva rifiutato la proposta della nazionale ceca, perché il suo cuore appartiene a Sarajevo e all’intera Bosnia ed Erzegovina, di cui è quasi un eroe nazionale.

Il Milan è fra questi top club e Berlusconi è disposto a svenarsi per portare in rossonero il gioiello bosniaco, che tra l’altro, grazie ad Andrij Shevchenko, era anche la squadra per la quale tifava da bambino. Il bosniaco però rifiuta con la solita fredda compostezza, dicendo che «Il mio posto è a Wolfsburg, qua mi vogliono allenatore e compagni, perché abbiamo delle grandi ambizioni per la prossima Bundesliga e per la prossima Champions League». La stagione successiva non vede più il Wolfsburg protagonista, ma la stella Džeko continua a brillare di una luce accecante. Sono 22 i gol realizzati, che gli valgono il titolo di capocannoniere della Bundesliga e le rinnovate attenzioni del Milan, che rifiuta di nuovo. La gratitudine per il club che ha creduto in lui quando nessuno lo faceva va oltre qualsiasi questione economica o calcistica, Edin crede di non aver ancora dato abbastanza rispetto a quello che ha ricevuto, e per questo rimane ancora in Germania.


L’affermazione definitiva in Premier League

La quarta stagione nella città della Volkswagen inizia con come era terminata la precedente: alla fine del girone d’andata sono 10 i gol realizzati e Džeko è ormai uno degli attaccanti più forti a livello mondiale. Lo sa benissimo il Manchester City di Roberto Mancini, che si è già messo d’accordo con il club, manca solo l’accordo con il giocatore, che arriva rapidamente. Il suo trasferimento viene ufficializzato il 7 gennaio per 35 milioni di euro, che lo rendono uno degli acquisti più onerosi della sua epoca, ma al City non importa, è un club ambizioso che vuole affermarsi il prima possibile in Europa, e questo piace a Džeko, che inizialmente però fa molta fatica ad abituarsi.

La Premier League è un campionato estremamente dinamico, dove sopravvive chi corre per tutta la partita, chi usa meglio il fisico, ma Džeko non è questo tipo di giocatore. Il suo fisico è perfetto per un attaccante delle Premier League, ma lui vuole sorprendere con la sua tecnica e con la sua eleganza. Per questo riceve il soprannome di Cigno di Sarejevo, ispirato ovviamente alla leggenda Marco van Basten, il Cigno di Utrecht.

Nonostante i soli 2 gol in campionato, i citizens credono fermamente nelle qualità del bosniaco e nel mercato estivo decidono di acquistare un altro attaccante, complementare rispetto a lui, Sergio Agüero, uno dei migliori talenti offensivi dell’Argentina. I due si intendono alla perfezione, il bosniaco segna 14 gol, l’argentino 24, e il Manchester City ritorna a vincere la Premier League a 44 anni di distanza dall’ultima volta. Ciò che più stupisce è l’incredibile affiatamento fra i due: Edin crea gli spazi, attira su di sé i difensori avversari, tiene il pallone, mentre Sergio si inserisce e segna, un po’ come succedeva con Grafite al Wolfsburg.

Džeko

La maturazione straordinaria di Edin prosegue l’anno successivo, anche se il City arriva solo secondo in campionato e vince la sua quarta Community Shield. La stagione 2013/2014 vede l’arrivo di ben due nuovi rinforzi nel reparto offensivo, che devono rimpiazzare il partente Tévez, ovvero Álvaro Negredo e Wilfred Bony, che tuttavia non lasceranno il segno e partiranno già l’estate successiva. Nel frattempo i citizens riescono a vincere un altro campionato grazie all’esplosiva coppia Aguero-Džeko, capace di realizzare ben 33 reti. In Nazionale è sempre più uomo simbolo, motivo per il quale gli viene assegnata la fascia di capitano, che porta al braccio con orgoglio. Nella sua ultima stagione inglese, quando Džeko sembra al culmine della sua carriera, qualcosa si rompe: fra ottobre e gennaio è spesso fuori perché infortunato al polpaccio e non riesce a trovare continuità. L’età ormai non è più verde, e il City non ci crede più, nonostante il bosniaco abbia ancora tanto da dare. Il fuoco che gli bruciava dentro da piccolo brucia ancora adesso, e la Roma lo sa benissimo. Mette sul piatto 4 milioni di euro per un prestito con diritto di riscatto fissato a 11: gli sky blues non ci pensano su due volte e lo lasciano andare, convinti di aver fatto un affare.


Dzeko, Re di Roma

L’arrivo di Džeko è accolto con enorme felicità dai tifosi della Roma, che si ammassano a Fiumicino per aspettare l’arrivo del campione bosniaco, perché è da tempo che un giocatore affermato a livello mondiale non arriva nella capitale. In più, gli attaccanti della Roma, dopo le cessioni di Destro, Ibarbo e Ljajic sono ridotti ai soli Gervinho, Iturbe, El Shaarawy, Perotti e Salah, che pur essendo ottime ali non possono reggere il peso dell’intero attacco. E Totti, ormai 35enne, non riesce più a giocare tutti i 90 minuti di una partita.

L’arrivo di Džeko sembra rappresentare la risoluzione della maggior parte dei problemi della Roma, ma la sua prima stagione in maglia giallorossa non rispetta in alcun modo le altissime aspettative riposte in lui: l’unica vera luce è rappresentata dall’illusorio gol del 2-0 contro la Juventus alla seconda giornata, tutto il resto della stagione è buio. L’attaccante bosniaco sembra incapace di giocare secondo i dettami tattici di Rudi Garcia prima e di Luciano Spalletti poi: fisicamente fa molta fatica, sembra un giocatore che ha ormai intrapreso la sua parabola discendente, nonostante le occasioni che abbia per segnare non siano poche, anzi, ma quella freddezza che lo aveva contraddistinto in passato sembra essersene andata.

Džeko ha sempre dimostrato il proprio valore, ma sempre nella seconda stagione, perché è un giocatore che ha bisogno di abituarsi all’ambiente in cui gioca. Se a Manchester e a Wolfsburg l’avevano capito, a Roma non è così, l’ambiente giallorosso è infatti uno dei più famosi per la sua impazienza. O giochi bene o ti fischiamo, e questo crea ancora più problematiche in lui.

La stagione della Roma si conclude con un buon terzo posto, ma Džeko non riesce ad imporsi e segna solamente 8 gol, nonostante sia il titolare del reparto offensivo. I tifosi vorrebbero una sua cessione, ma Spalletti si oppone e lo porta sotto la sua ala. È un giocatore indispensabile per lui, uno che riesce a giocare con la squadra e che riesce anche a segnare. È stato solo sfortunato, dice. Nessuno gli crede, ma alla fine l’allenatore riesce a tenerlo e lo trasforma: diventa il leader silenzioso della squadra, comincia a segnare a raffica, nessuno sembra in grado di fermarlo.

Ecco allora che Džeko torna ad essere il Cigno di Utrecht, quel giocatore che era tra i migliori attaccanti al mondo fino a poco tempo prima. La stagione della Roma è magica, fino all’ultima giornata contende il titolo alla Juventus, che alla fine trionfa, ma per soli 4 punti. Džeko è l’assoluto trascinatore, i tifosi che prima lo odiavano adesso stravedono per lui, i 29 gol gli valgono il titolo di capocannoniere della Serie A.

Una rinascita senza precedenti, che coincide però con la fine di un’epoca. Alla fine di quello stesso anno, infatti, Francesco Totti dà il suo addio al calcio giocato, una perdita enorme per la Roma, ma soprattutto per il calcio italiano, che perde uno dei migliori attaccanti della sua storia. È la fine di un’epoca di valori romantici e senza tempo. Džeko, però, è tutt’altro che a fine carriera, quest’anno spettacolare ha dimostrato a tutti i suoi detrattori che il fuoco brucia ancora. Eccome se brucia.



In estate Spalletti sceglie di andare all’Inter, convinto dal progetto e spinto dall’ambizione di riportare i nerazzurri in Champions, mentre Džeko rimane alla Roma per scrivere un’altra pagina indimenticabile della sua storia. L’arrivo di Eusebio di Francesco sembra metterlo in crisi, perché il tecnico ex-Sassuolo non è abituato a giocare con una punta fisica, ma si deve smentire subito: il bosniaco è un giocatore prima di tutto tecnico ed elegante, che sa risolvere da solo le partite, anche la sua prima parte di stagione non è entusiasmante, e i tifosi cominciano a fischiare la squadra che sembra allo sbando. Džeko in primis non sembra in grado di adattarsi ai nuovi schemi dell’allenatore e c’è la possibilità che lasci Roma nella sessione di mercato invernale. Il Chelsea si avanti, in breve tempo trova l’accordo con la Roma, ma il calciatore non ne vuole proprio sapere. Il suo posto è alla Roma, con cui ha ancora un conto in sospeso. Non è da lui scappare dagli ambienti caldi: dopotutto, era sopravvissuto ad una guerra, giocando a calcio per strada con il pericolo che potesse essere colpito da una bomba in qualsiasi istante. Džeko rifiuta il Chelsea. Questa volta però, la sua rivincita se la prende subito, non aspetta una stagione intera. Le critiche sono come benzina sul suo fuoco, che divampa in un vero e proprio incendio, capace di incenerire avversari e detrattori.

Il 13 marzo arriva il primo gol decisivo in Champions League, che vale il passaggio del turno ai danni dello Shaktar Donetsk. Il 4 aprile arriva un gol all’apparenza inutile, che nel doppio confronto però si rivelerà fondamentale: è la rete del momentaneo 3-1 nella partita contro il Barcellona, che finisce 4-1.

Le speranze dei giallorossi sono appese letteralmente ad un filo e credere in una possibile qualificazione sembra pura utopia. Il 10 aprile successivo, tuttavia, è proprio il bosniaco ad aprire le marcature del match di ritorno e a suonare la carica. Il 2-0 su rigore di Daniele De Rossi dà vita ad una bolgia infernale per il Barcellona, che non capisce più nulla. All’80esimo Cengiz Ünder si posiziona sulla bandierina per battere un calcio d’angolo, lo stadio esplode in un boato roboante, perché quella può essere l’occasione per superare il Barcellona. Il turco prende una breve rincorsa, pennella un cross basso e teso sul primo palo, Manolas si abbassa e con una grande torsione piazza il pallone sul palo lontano. Ter Stegen è battuto, la Roma ha ribaltato la partita. Manolas corre verso la panchina, in trance agonistica. Tutti esultano in modo sfrenato, l’impresa è compiuta. I tifosi non ci possono credere, sono in semifinale di Champions League con Di Francesco e Džeko, che fino a tre mesi prima erano i candidati ad andarsene.

Il 24 aprile si gioca l’andata contro Liverpool: la Roma le prende per tutta la partita, ancora “ubriaca” del 3-0 rifilato al Barcellona. Al 75′ il tabellone recita 5-0 per i padroni di casa, ma Džeko non ci sta, continua a combattere, fino a che non trova il 5-1, che poi diventa 5-2 con il rigore di Perotti. Il ritorno si prefigura come un’altra Mission Impossible. Alla fine del primo tempo lo score recita 2-1 per i reds, che tuttavia subiscono il gol di Džeko appena usciti dagli spogliatoi. La Roma continua a spingere, ma la porta di Karius sembra maledetta, fino a che Nainggolan, un combattente come Edin, trova il gol del 3-2 all’85esimo. Al 92esimo arriva il 4-2, che purtroppo è definitivo. La Roma è fuori dalla Champions League, ma nessuno è troppo deluso, arrivare fino a quel punto rappresenta una vittoria per il calcio italiano e soprattutto una grande rivincita per Džeko, che zittisce ancora una volta le critiche, sempre con i fatti e mai con le parole. Come gli aveva insegnato la sua amata Bosnia.



La stagione successiva è probabilmente una delle peggiori degli ultimi anni: un ottavo di finale di Champions e un misero sesto posto, intervallato dall’esonero di Di Francesco. In estate avviene l’ennesima rivoluzione, Džeko è fortemente richiesto dall’Inter e potrebbe partire, Antonio Conte lo vuole a tutti i costi, i dirigenti nerazzurri ci provano, ma il bosniaco, ancora una volta, sceglie la Roma. Rinnova il contratto con i giallorossi, con il nuovo capitano Florenzi che gli offre anche la fascia, che lui rifiuta prontamente, non sarebbe nel suo stile, deve sudarsela. Non solo la pura riconoscenza, a far rinnovare Edin c’è anche il progetto del nuovo allenatore Paulo Fonseca, ambizioso e che ha in Džeko il perno fondamentale dell’attacco.

L’inizio della stagione è molto altalenante, con la Roma che non riesce in alcun modo a dare continuità ai suoi risultati, anche a causa di una serie di infortuni che la limitano, almeno fino a fine novembre, quando inizia un filotto di 5 risultati utili consecutivi. A gennaio Alessandro Florenzi, mai veramente inseritosi negli schermi del nuovo allenatore, lascia la Roma, destinazione Valencia, e questa volta Edin non può esimersi dall’indossare con orgoglio e merito la fascia di capitano, con la quale guida la sua squadra in Europa League, con la Roma che ha raggiunto agevolmente gli ottavi di finale. Il caos causato dal coronavirus ha fermato il calcio, con Džeko che, nonostante le 34 primavere, ha già collezionato 15 reti e 9 assist.

Džeko

La pandemia scoppiata nel mondo e che sta convolgendo in particolar modo l’Italia è stata l’ennesima occasione per vedere l’operato umano di Džeko fuori dal campo: l’attaccante bosniaco ha donato 15 macchinari all’ospedale Spallanzani e ha aperto una campagna di raccolta fondi per aiutare le persone colpite. Ma questa non è una novità, Edin è il primo ambasciatore UNICEF della Bosnia e si impegna costantemente in progetti no-profit, soprattutto a favore di bambini sfortunati o che hanno vissuto realtà difficili come quella della guerra.

Edin Džeko non è solo l’attaccante della Roma e della Bosnia ed Erzegovina, ma è il simbolo di queste due realtà: un giocatore silenzioso e timido, che sa essere esplosivo e determinante in campo. Un ragazzino goffo, che è diventato il Cigno di Utrecht. Un profugo di guerra, che adesso è il Re di Roma. Perché la storia di Edin Džeko è prima di tutto una storia di rivincita.


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